Intervista a Bruno Anastasia di Veneto Lavoro

Le sole politiche passive non rilanceranno l'occupazione.

Jobs Act e legge di stabilità 2015 introducono interessanti misure per incentivare l’occupazione e soprattutto il lavoro più stabile dei giovani.
Anche se è fiorente il dibattito sul “posto fisso”, tornato chimera per molti ragazzi che, anche in possesso di laurea, oggi vivono in assoluta precarietà lavorativa, lo scopo è incentivare il lavoro a tempo indeterminato rispetto alle molteplici forme di flessibilità che varie norme hanno introdotto negli anni scorsi.
Dati ufficiali, ma ancor più le testimonianze dei molti giovani che popolano il mercato parallelo del sommerso, tenderebbero a dimostrare che negli ultimi anni l’unico lavoro prodotto è stato precario, a tempo determinato, a partita Iva, a contratto e chi più ne ha più ne metta.
A Bruno Anastasia, esperto di analisi del mercato del lavoro presso l’Ente Veneto Lavoro, chiediamo se tornano anche ai suoi studi queste sensazioni.
Il processo principale osservato in questi ultimi anni, dopo il settembre 2008, data convenzionale per la deflagrazione della crisi (fallimento Lehman Brothers), è stato lo stillicidio dei posti di lavoro, il lungo dimagrimento della struttura produttiva regionale. I posti di lavoro sono diminuiti in modo significativo: ci stiamo avvicinando a quota centomila. Posti di lavoro in meno significano, anche se non meccanicamente, disoccupati in più, offerta di lavoro che non trova impiego, aspettative frustrate di inserimento o di reinserimento, progetti di vita da rivedere e riformulare, spazi di libertà ridotti a causa di necessità materiali divenute più stringenti. Questo è il processo fondamentale: ovvia la ripercussione sulla riduzione del potere contrattuale dell’offerta di lavoro e i conseguenti riflessi sui salari. Questo processo ha determinato una riduzione sia dei posti di lavoro tendenzialmente stabili (quelli a tempo indeterminato, anch’essi peraltro a rischio, a causa della crescita dei licenziamenti) sia di quelli con i diversi contratti a termine. La proporzione relativa tra i due gruppi ha oscillato marginalmente, mentre, invece, è sicuro che in questi anni sono significativamente aumentati in misura assoluta e in misura relativa i posti di lavoro a part time, ulteriore indice della carenza di lavoro.

Lei pensa che le misure adottate e in via di approvazione possano favorire la creazione di posti di lavoro a tempo determinato e in che misura?

La misura prevista nella legge di stabilità di incentivazione per tre anni dei nuovi rapporti a tempo indeterminato ha una valenza importante per le sue caratteristiche di generalità: significa un forte abbattimento del costo del lavoro per i primi tre anni. Non è più un incentivo a categorie molto specifiche, ma un intervento su ampia scala. Unito al taglio dell’Irap determina una riduzione non banale del costo del lavoro. La nuova norma può avere effetti di spiazzamento rispetto ai contratti a tempo determinato, che a questo punto saranno nettamente più costosi, o quantomeno incentivarne le trasformazioni prima della fine dei tre anni previsti come durata massima dei contratti a termine acausali. Se poi il contratto a tempo indeterminato così incentivato attrarrà anche rapporti di lavoro normalmente regolati in altro modo (collaborazioni a progetto in particolare) dipenderà da cosa di preciso starà dentro al Jobs Act.
Di certo, comunque, non ci si può attendere da una norma incentivante, pur importante, effetti rilevanti, oltre che sul piano della composizione
dell’occupazione per tipologia contrattuale, anche su quello dell’ammontare complessivo dell’occupazione, vale a dire di occupazione aggiuntiva.
Su questo fronte l’effetto non potrà essere immediato e veloce: bisogna che l’incentivo si stabilizzi, non venga visto dalle imprese come l’eccezione per il 2015.

Quali sono, a suo parere, le misure annunciate più efficaci per il rilancio dell’occupazione?

Non sono le riforme delle regole del mercato del lavoro a rilanciare l’occupazione. Sarebbe troppo bello (e troppo semplice) se cambiando qualche regola sulle assunzioni o sui licenziamenti potessimo generare come stretta conseguenza un maggior numero di assunzioni o rapporti di lavoro di durata più lunga. Il rilancio dell’occupazione non può che passare attraverso un rilancio della domanda di lavoro, che a sua volta dipende da aspettative di sviluppo della produzione e da conseguenti scelte di investimento e di indebitamento. Le regole hanno sicuramente la loro parte - soprattutto in una prospettiva non congiunturale – ma non sono salvifiche: pur sottostando alle medesime regole generali, le regioni italiane evidenziano, come ben sappiamo, tassi di occupazione fortemente diversi.

Cosa crede che ancora manchi, se ancora manca qualcosa, per definire una riforma completa e moderna del mercato del lavoro?

Premesso che una riforma non si conclude con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, perché un testo di legge ha bisogno di essere verificato non solo nel dibattito parlamentare ma anche poi nella sua effettiva implementazione e nei suoi risultati, le questioni aperte mi sembrano sostanzialmente tre.
Da un lato non riesco a capire quale assetto delle relazioni industriali prenderà forma concreta in Italia. Dall’altro è ancora aperto il problema del nesso tra le politiche di sostegno al reddito (ASpI e MiniASpI) e le politiche assistenziali (che si fa con i disoccupati involontari di lunga durata?): oggi questo problema è (mal) risolto caoticamente, con l’assistenza dei comuni e con schemi che definir irrazionali è poco (mobilità in deroga). Il terzo problema è questo: l’Italia ha perso un milione di posti di lavoro. Poiché le prospettive sono comunque, anche nelle ipotesi migliori, di bassa crescita, può accadere che questo stillicidio continui e ulteriori perdite si aggiungano. Se il mercato (il settore privato) non riprende a domandar lavoro (ritrovando coraggio e canali per investire e indebitarsi) che si fa? La risposta non può essere l’allargamento del campo di intervento delle politiche passive: credo serviranno coraggio
e creatività nelle politiche di investimenti pubblici direttamente collegati con la creazione temporanea di posti di lavoro.