Difficile semplificare e razionalizzare senza una genuina logica federale

Intervista al Direttore di Veneto Lavoro, Sergio Rosato

Nel Jobs Act, accanto al dibattito sulla modifica della regolamentazione del lavoro, sono presenti molte novità che riguardano le modifiche alle politiche attive e soprattutto dei servizi pubblici per l’impiego in Italia. L’obiettivo dichiarato è dare una migliore efficacia ai programmi di politica del lavoro. Innanzitutto si affronta lo spinoso rapporto tra Stato e Regione, visto che, in materia di programmazione delle politiche attive del lavoro, la competenza è regionale (concetto sancito anche da una sentenza della Corte Costituzionale nel 2005 e ribadito dalla stessa legge).


Nel Jobs Act si “auspica” una possibile intesa fra le due istituzioni in modo da garantire la fruizione dei servizi essenziali su tutto il territorio
nazionale. Tuttavia, in mancanza di una soluzione unitaria su come sviluppare i nuovi servizi al lavoro, attraverso una deliberazione motivata (Corte Costituzionale permettendo), l’ultima parola spetterà al Consiglio dei ministri.

Chiediamo al direttore di Veneto Lavoro, Sergio Rosato, cosa pensa di questo aspetto della riforma.

Ne penso tutto il male possibile. Se si analizza punto per punto il testo della delega si evince che il vero filo conduttore è la convinzione che il mancato decollo di un sistema di flexicurity (efficaci politiche di welfare to work attuate tramite adeguati servizi per l’impiego) sia da imputare al Titolo V. Ne deriva che, anticipando, peraltro con evidenti profili di incostituzionalità, la modifica del Titolo V, viene individuata una soluzione
neocentralista. La diagnosi è sbagliata, non sorretta da analisi attendibili, ma frutto di pregiudizi e strumentalizzazioni. In verità l’esperienza dimostra che, per garantire politiche del lavoro basate sui principi della flexicurity, è necessario avere alle spalle un sistema di protezione sociale di tipo universale, mediamente generoso nella durata e nel grado di copertura, ed un sistema di incentivi all’occupazione per sostenere i lavoratori di più difficile collocazione, il tutto gestito in forma integrata da qualificati servizi. E’ necessario inoltre disporre di un sistema molto integrato con l’istruzione e la formazione professionale. Orbene il sistema degli ammortizzatori è stato parzialmente riformato solo nel 2012, ma è ancora lontano dall’essere universale e generoso, il sistema degli incentivi è quanto di più improvvisato e schizofrenico ed i servizi non
hanno ricevuto le risorse necessarie per il salto qualitativo richiesto. Ora pensare che tutto ciò si risolva solo riportando la competenza al centro, annunciando riforme “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” mi sembra più una trovata che una strategia. Ovviamente la cosa andrà in porto (sulla carta) ma dubito che possa essere attuata in tempi brevi. Nel frattempo le Regioni, forti del Titolo V ancora non modificato, ma ancora più forti sul piano finanziario, essendo ancora titolari dei POR dei fondi strutturali europei, continueranno ad operare esattamente come prima: quelle economicamente più sviluppate, con buone istituzioni, con buone tecnostrutture, con un buon sistema di istruzione e formazione (come ad es. il Veneto) con risultati non disprezzabili, le altre con lo storico ritardo. Ovviamente nella delega sul tema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive ci sono aspetti positivi, sicuramente condivisibili, ma resta il forte limite della mancanza di risorse aggiuntive.

Vera protagonista della riforma è la costituzione di una nuova Agenzia, partecipata da Stato, Regioni e Province autonome (Agenzia unica del lavoro) vigilata dal Ministero del lavoro, che unificherà l’erogazione dei servizi per l’impiego con quella degli ammortizzatori sociali. Dottor Rosato, così com’è prevista, potrà funzionare?

Sembrerò maligno, ma credo che con riferimento ai commi 3 e 4 del maxiemendamento approvato dal Senato, l’Agenzia unica del lavoro non sia il mezzo ma il fine. Si capisce a volo che l’unica cosa concreta è il contenitore, mentre i contenuti restano vacue enunciazioni di principio perché non sorretti da adeguate risorse. I nostri centri per l’impiego faranno un salto di qualità solo perché a guidarli sarà la nuova Agenzia e non più la Regione e le ex province? L’eccellente sistema informativo lavoro veneto sarà abbandonato e sostituito dal sistema unico nazionale (che peraltro non esiste)? Anche la spacciata unificazione dei sussidi di disoccupazione e delle politiche attive (obiettivo sacrosanto) in realtà nella delega non c’è, in quanto si parla di “previsione di meccanismi di raccordo tra Agenzia e Inps”. In sintesi, nessun vantaggio, molte incognite.

Unendo Isfol, ItaliaLavoro, Camere di Commercio, parte dell’Inps, Cnel e il personale in capo agli uffici provinciali del lavoro e i Centri per l’impiego, non si corre il rischio di creare un nuovo, enorme ed inefficiente “carrozzone pubblico”?

Senza ombra di dubbio. Se invece l’obiettivo fosse di semplificare e razionalizzare la macchina statale secondo una genuina logica federale, attraverso l’unificazione delle strutture a sostegno delle funzioni centrali, non solo sarei d’accordo, ma vedrei accolta una mia vecchia proposta avanzata subito dopo l’approvazione della riforma Biagi. Intendo dire che una delle cause del mancato decollo del modello federale è da addebitare al fatto che il livello centrale non ha assolto al suo compito: definire i livelli essenziali delle prestazioni, definire gli standard statistici ed informatici, definire linee guida comuni di attuazione degli istituti normativi, definire i criteri di riparto delle risorse finanziarie, realizzare azioni di sistema, assicurare la sussidiarietà verticale in caso di inadempienza. E’ evidente, però, che per fare ciò bisognerebbe partire dalle funzioni e non dalle strutture. Al tempo stesso analoga operazione andrebbe fatta a livello regionale, riportando nell’ambito dell’Agenzia regionale i servizi per l’impiego. Questa operazione tuttavia deve essere sorretta da un vero e proprio piano industriale dei servizi, con un’ottica moderna e non legata agli schemi del passato. Esattamente quello che stiamo cercando di fare in Regione, attivando la Rete dei servizi, coinvolgendo le università e gli istituti scolastici, i comuni, le agenzie del lavoro e gli enti bilaterali. Il tutto sorretto da una piattaforma telematica che abilita il lavoro in rete.

I Servizi pubblici per l’impiego di altri paesi europei, in particolare quelli tedeschi, hanno fama di efficienza ed efficacia. Cosa potrebbero aggiungere alla riforma italiana?

Sono reduce da una recente visita in Germania, nel contesto di un progetto a titolarità Regione Veneto, con partner istituzionali tedeschi, per sperimentare forme avanzate di adattabilità al contesto veneto del sistema “duale”. Sarebbe troppo facile sottolineare come la loro impostazione sia genuinamente federale, nel senso che ciascun livello (stato, land, comune) ha la sua funzione. In sintesi il livello centrale elabora linee strategiche e programmi, il livello regionale negozia il budget, definisce le linee di attuazione e assicura la copertura gestionale, il comune collabora integrando le attività dei land. Sarebbe ancora più facile ricordare l’enorme divario tra le risorse organizzative e finanziarie messe in campo dal governo tedesco rispetto alle nostre. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che in Germania ragionano in termini di visione strategica: per esempio il grande investimento che stanno facendo nell’istruzione, nella formazione, nella ricerca e nello sviluppo tecnologico. Poi anche lì ci sono contrasti tra sistema pubblico e sistema privato, conflitti di competenza e gelosie. Quello che secondo me dovremmo imparare da loro, soprattutto con riferimento alla piccola e media impresa, è l’enorme valore che loro danno alla formazione professionale, vista in chiave moderna, con risorse adeguate, enti di eccellenza, governance appropriata. Ogni impresa è impegnata ad inserire giovani apprendisti e svolge questo ruolo non solo in chiave economica, ma anche come funzione sociale. Lo Stato e i Land aiutano questo sforzo.